Nel bel ricordo dell’ora di lezione, auguri “piccole viti storte”

Discorso di commencement del Presidente del corso di Economia Aziendale – Graduation Day del 29 maggio 2018

Cari dottori

innanzitutto congratulazioni per il traguardo raggiunto. Non è affatto scontato quello che avete conseguito, non è automaticamente consequenziale alla iscrizione e alla naturale prosecuzione di un corso di studi. E’ una conquista, un obiettivo raggiunto, una meritata soddisfazione che Vi fa ripercorrere, in un “frame” fotografico di pochissimi secondi, tutti gli stati d’animo che avete sperimentato in questi anni: dalla paura all’esaltazione, dalla gioia alla delusione, dalla tenacia alla disperazione, dalla felicità alla disillusione. La festa è tutta Vostra questo pomeriggio e a me toccherà solo il compito di accompagnarvi in questo momento celebrativo. E da Presidente del corso è un vero piacere essere con Voi in questo momento conclusivo del percorso accademico alla triennale che, come sapete, ormai da due anni teniamo distinto dall’Exam Day, il giorno degli esami di laurea che per Voi è stato una settimana fa.

Grazie alle famiglie per il supporto ai loro cari. Nemmeno questo ringraziamento è scontato. In un contesto come quello attuale in cui tutte le agenzie educative, e quindi la famiglia in primis, vivono molte criticità interne, hanno difficoltà a collegarsi fra loro, in un momento in cui Scuola e Famiglia, tanto per intenderci, parlano poco fra loro e si criticano a vicenda, anche il risultato dei Vostri familiari neo dottori è un risultato in parte Vostro. Beninteso, sono i ragazzi che hanno studiato pagina per pagina ogni libro, hanno superato non uno ma decine di esami, hanno sperimentato sulla loro pelle le tante contraddizioni del sistema universitario, ma un grazie come famiglie Vi è dovuto e un riconoscimento Vi deve essere dato, se i vostri cari sono qui stasera laureati e riceveranno tra poco la pergamena. Non è facile educare i ragazzi, non lo è mai stato nemmeno nel recente passato quando si trattava di educare noi che oggi siamo adulti, figuriamoci adesso che tutto è allo stato liquido, come direbbe il sociologo Bauman. Ma nella liquidità odierna di relazioni ed istituzioni, nella famiglia è ancora possibile trovare un contenitore di sicuro riferimento. Un contenitore di affetti, di fiducia, di speranze, di incoraggiamento e di supporto. E’ cambiato il ruolo del padre, è mutato pure quello della madre, la genitorialità si esprime in vari modi, ma la famiglia è la famiglia, come si dice dalle nostre parti.

Cari ragazzi, da domani si dischiuderanno nuovi orizzonti per Voi. Chi andrà via, chi rimarrà ancora qui, chi proverà ad accedere al mercato del lavoro, chi c’è già dentro e cercherà solo conferme, c’è chi ancora le idee sul proprio futuro non le ha chiare, non preoccupatevi anche questo è fisiologico.

Mi auguro che gli anni che avete trascorso qui dentro, in questo Palazzo Fortuna e in quello storico delle Scienze, siano stati anni di vera formazione. Ho appena finito di leggere un libro pubblicato nel 2014, si chiama L’Ora di Lezione, è dello psicanalista Massimo Recalcati ed è stata una “boccata di ossigeno” per chi, come me, crede profondamente al valore dell’insegnamento. Perché, vedete cari dottori, non si troverà mai né in Italia né altrove una soluzione ai dilemmi di sempre che permeano il sistema scolastico e quello universitario. Tra l’altro, ci sono molte interferenze sociali al nostro lavoro che spesso vanno oltre il limite del legittimo controllo sociale sulla nostra attività. Ognuno sentenzia sull’Università pur non conoscendola dall’interno. Qualche dilemma irrisolvibile? Dare più conoscenze e meno competenze ai ragazzi perché sennò rimarranno ignoranti? Oppure alleggerire le conoscenze e dare più competenze sennò rimarranno fuori dal mercato del lavoro? Fare più pratica e studiare meno teoria? O al contrario dare più teoria e meno esercitazioni? E via dicendo. E con queste domande, per carità lecite, nasce il disamore per la Scuola e l’Università. E lo studente si confonde e perde punti di riferimento

Invece io ho letto quel libro e ho preso una boccata d’ossigeno. Al centro del processo di apprendimento – c’è scritto in quel libro e io ne sono fermamente convinto – deve tornare lo studente ed è in quell’ora di lezione, cinquanta minuti per l’esattezza a Scuola, poco più di 90 minuti quando c’è lezione all’Università, è in quell’ora insomma che si realizza un processo di “umanizzazione alla vita” al quale docente non può rinunciare. Man mano che gli trasferisce conoscenze, il docente ha il dovere di svuotare lo studente per aiutarlo a riempirsi nuovamente di altra conoscenza, di sapere, di curiosità per il mondo, di un metodo di lavoro. Che compito incredibile quello del vero insegnante, trasferire, svuotare per poi aiutare a riempirsi da soli.

Lo sapete bene, cari dottori, che di questi anni porterete come ricordo quello più bello quello dell’aula, di quell’ora di lezione, dove avete incontrato tanti colleghi sicuramente, ma avete conosciuto anche qualche docente che, forse con il suo esempio, vi ha dato uno scossone alla vita, senza rinunciare al compito di aiutarvi ad umanizzarla quella vita.

C’è un passaggio nel libro di Recalcati che mi è piaciuto di più ed è quello in cui dice che compito degli educatori, i familiari per un verso e i docenti per altro,  è quello di amare la stortura della vite. I ragazzi sono le “viti storte”, come noi, adulti oggi, lo siamo stati in passato quando eravamo giovani. Oggi la “vite storta” è diventata anche la metafora della vita che non se la sente più di rispettare l’imperativo della produttività e della competitività a tutti i costi, come se fossero gli unici indicatori di successo. Voi un successo l’avete ottenuto se siete qui, ma la formazione delle persone, e dunque degli studenti, avviene sempre attraverso il tempo del fallimento e dell’inciampo che avete pure conosciuto. Sono quelli i momenti che permettono al giovane di confrontarsi finalmente con la verità del suo desiderio ponendosi la domanda: Cosa desidero al di là di cosa l’Altro vuole che io desideri? Qual è il mio proprio desiderio? Dunque, questa “vite storta” va amata così com’è, ci suggerisce Recalcati. E l’amore degli adulti va taciuto, altrimenti non è vero benvolere. Intestardirsi noi adulti nel volere piallare quella vite, scartarla, nel rifilarle tutte le filettature non porta da nessuna parte. Ogni giovane è una “vite storta”, come adulti abbiamo solo il compito di capire dove trovare un posto a quella vite nella vita.

Auguri, dunque, piccole viti storte. Ad maiora semper!