I post di Faracididattica su FB

Raccolta di post a carattere metodologico pubblicati sulla pagina FB di Faracididattica

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IL <<VOTO>> (una nota “libera” di R.Faraci del 17 gennaio 2014)

Nel significato più comune che ne danno i vocabolari, è al quarto posto dopo le seguenti accezioni: impegno o promessa di compiere una determinata azione; espressione di un vivo desiderio o di un augurio; manifestazione della volontà assembleare o anche dei componenti di un gruppo o di un organo. Eppure per te, caro studente universitario, è al primo posto per importanza quando l’accezione è un’altra. Il <<voto>> ovvero la valutazione di merito del tuo esame espressa con un numero: da diciotto a trenta, e fuori dall’intervallo pure la ciliegina della lode. Dietro ogni voto, c’è una storia personale che solo Tu nel tuo intimo conosci. Di impegno, di fatica, di duro lavoro; oppure tutto all’opposto. Di giornate in cui sei stato buttato sui libri, sei rimbalzato da un’aula all’altra, hai preso tutte le informazioni possibili sul programma e sul docente; oppure non hai fatto nulla di questo, o forse il minimo necessario. Il <<voto>> è il momento apicale di un percorso che taluni tuoi colleghi – speriamo anche Tu – vivono seriamente nella prospettiva del risultato (e dunque dell’obiettivo di apprendimento); tanti altri più semplicemente interpretano nell’ottica dell’adempimento, un esame da farsi e niente più. E comunque l’esame comunque provoca stress a tutti: per ansia da performance ai primi; per paura del giudizio agli altri. Un <<voto>> è poco più di un numero che dovrebbe sintetizzare tutti questi momenti. Pertanto, solo una volta su cento appaga pienamente. Talora pesa di meno rispetto a quanto si è fatto, dunque c’è rabbia. Talora conta di più di quanto si è dato, dunque (ancora una volta nell’intimo della coscienza) provoca imbarazzo. Quando il voto accontenta se considerato individualmente, provoca di nuovo insoddisfazione se confrontato con quello preso dagli altri. Insomma, è sempre una questione di numeri e di malcontenti. Un consiglio. Non te la prendere con ti dà il <<voto>>; siamo docenti e lo dobbiamo fare, speriamo di agire sempre con equilibrio, equità e soprattutto responsabilità. Sii consapevole che ci sarà un momento in cui sarai chiamato democraticamente a dare il tuo <<voto>>; desideriamo che Tu sia sempre in condizioni di farlo con la testa, anziché con la pancia, per il bene del nostro Paese. Auspica che si moltiplichi il numero di chi si sente di fare un <<voto>>, perché abbiamo ancora tanto bisogno nella nostra società di chi è ancora capace di elevarsi sul piano della moralità o della spiritualità. E Tu, infine, entro i limiti in cui non è mai messa in discussione la tua libertà di persona, accettalo comunque il <<voto>>. Non perdere tempo a rimuginare con i “se” e i “ma”. Vai avanti. C’è sempre un obiettivo più importante del voto. Ed è quello che devi raggiungere, il più presto possibile. In bocca al lupo!

Un chiarimento di natura metodologica sul contenuto delle prove scritte (nota non ufficiale di Rosario Faraci, del 12 luglio 2013)

Sulle prove scritte, propedeutiche al colloquio orale o uniche modalità di valorizzazione dell’apprendimento dello studente, rimangono fermi due presupposti. Primo, la verifica da parte dello studente che quanto riportato nello scritto sia previsto fra gli argomenti del Syllabus della disciplina. Secondo, il dovere morale dello studente di accertarsi sulla natura della prova preventivamente con i docenti titolari o affidatari dell’insegnamento e, sia prima che dopo lo scritto, di incontrare i professori al ricevimento per ricevere i necessari chiarimenti. Senza entrare in ulteriori dettagli sul livello di difficoltà delle prove, riguardo al contenuto dei quesiti riporto la mia esperienza di docente di economia e gestione delle imprese. E faccio un esempio. Supponiamo che io assegnassi in un compito la rappresentazione della matrice del Boston Consulting Group con dati a scelta, un argomento trattato a lezione. In un compito successivo, invece, chiedessi di completare la rappresentazione di quella matrice partendo da alcuni dati disponibili e invitando a ricavare quelli mancati. E così via, nei compiti successivi, chiedessi di commentare soltanto la matrice dal punto di vista dei flussi di cassa possibili in ogni quadrante; di effettuare una comparazione con la matrice GE/McKinsey; di rappresentare la matrice nell’ipotesi di un portafoglio bilanciato di business o, ancora, nell’ipotesi di un forte squilibrio fra business aventi tassi di crescita diversa. E via di seguito. Ogni volta, sull’argomento un quesito diverso, anche se a lezione avessi soltanto spiegato la prima tipologia di quesito, cioè la rappresentazione con dati a scelta. Si può attribuire al docente la responsabilità di avere incluso nello scritto qualcosa non trattata a lezione? Oppure lo condanniamo per il sadismo nello sparigliare le carte ad ogni prova scritta? Il docente potrebbe sempre rispondere che nel Syllabus nel capitolo riguardante la strategia di diversificazione c’è un argomento inerente le matrici di portafoglio. Formalmente, sarebbe in una botte di ferro. Punto e basta. Sappiamo bene che l’etica dei comportamenti è cosa diversa se uno insegna ed educa; ma formalmente il docente è a posto. E il povero studente? Dovrà mettersi ad inseguire di volta in volta i quesiti inclusi nel test, provando a ripetizione, in modo iterativo, fino a trovare finalmente la tipologia di quesito a lui più congeniale (ammettiamo che sia la rappresentazione con i dati a scelta, quella spiegata in aula)? Oppure dovrebbe attaccare alle spalle il docente, mai “de visu”, rimproverandogli di aver commesso una scorrettezza o peggio ancora insultandolo sulle bacheche nascoste? O forse, come io immagino, lo studente non dovrebbe apprendere, partendo dai contenuti teorici, le diverse modalità attraverso cui declinare l’impiego di quella matrice BCG, in modo ogni volta di essere in grado di risolvere il problema assegnato? E qualora avesse difficoltà di apprendimento, ad esempio perché non ha potuto frequentare il corso o l’ha fatto in maniera discontinua, non sarebbe cosa giusta che lo studente andasse a ricevimento dai docenti, incontrasse (ove previsti) i tutors e gli assistenti, consultasse qualche collega bravo e disponibile, e si allenasse sul metodo prima ancora che imparare a memoria solo quella tipologia di quesiti? Illustri vostri predecessori, ci provarono pure con me una volta, al termine di un corso, rimproverandoci di aver tenuto un insegnamento in cui si era perso – a loro dire – solo tempo a vedere videoclips e a raccontare storielle di aziende in aula, senza insegnare quello che avremmo chiesto agli esami, guarda caso la matrice BCG servita su un piatto di portata diverso da quello che avevano immaginato. Ci hanno provato pure loro…
Se partiamo da questi presupposti, forse il tema delle prove scritte si può riaffrontare con più responsabilità da parte di tutti, docenti e studenti. Dell’Università italiana.
Il tempo della ricreazione è finito. La campanella per rientrare in aula è suonata già da un pezzo!

ESAMIFICIO (post dell’11 luglio 2013)

<<Fabbrica di esami, epiteto ironico e polemico usato a volte in riferimento all’università, alludendo al fatto che l’attività principale dei docenti consisterebbe nel fare solo esami, a scapito delle altre funzioni didattiche>>: questa la definizione del vocabolario Treccani. Forse andrebbe corretta.
Bisognerebbe specificare “alcuni docenti” in sostituzione di “docenti”.
Il verbo “fare” potrebbe sostituirsi con “allestire e/o improvvisare” esami.
Bisognerebbe aggiungere alla fine “…e di alcuni studenti la cui attività principale consisterebbe nel provare esami, a scapito delle altre funzioni di apprendimento”. Sarebbe completa così. Per “par condicio” di atteggiamenti distorti.

SCENA MUTA ALL’ORALE (post del 7 luglio 2013)

La scena muta sta al colloquio orale come il foglio bianco sta ad una prova scritta. Come in quest’ultimo caso, la situazione è inconcepibile ed è un indicatore della impreparazione dello studente. Tuttavia non è sempre così, perché molto dipende da come il docente struttura le domande al colloquio orale. Dunque, se bisogna prepararsi bene studiando, è necessario prepararsibene per sostenere l’esame.
Qualche consiglio per evitare il “blocco delle mascelle”?
Salutate sempre l’esaminatore all’inizio e alla fine: è segno di buona educazione. Poi, cercate di mantenere tranquillità per tutta la durata dell’esame. Nel peggiore dei casi, il docente boccia ma non fa male come potrebbe succedere se andaste dal dentista. Nella più catastrofica delle situazioni, arriva ad urlare – se tali comportamenti dovessero ripetersi, si suggerisce però di segnalarli prontamente ai responsabili del Dipartimento o del corso di laurea di afferenza – ma normalmente “can che abbaia non morde”.
In quelle discipline ove è previsto di svolgere esercizi o di illustrare grafici, si raccomanda la massima precisione. Ad esempio, non iniziate mai a rappresentare una funzione (statistica o matematica) e poi discuterla senza prima avere indicato i valori da riportare negli assi delle ascisse e delle ordinate! In generale, prestate massima attenzione al quesito posto dal docente e rispondete in modo puntuale, utilizzando un linguaggio tecnico appropriato rispetto alla natura della disciplina (economica, aziendale, giuridica, matematico-statistica, storico-geografica).
A domande specifiche, non rispondete partendo dal generale (per guadagnare tempo!) e poi arrivare al cuore del quesito richiesto, ma fate esattamente il contrario.
A domande di carattere più generale, spesso anche vaghe, replicate inquadrando bene il tema in generale e, solo se c’è ancora tempo, approfondite ad uno ad uno gli argomenti inerenti quel tema.
L’esame non è un interrogatorio poliziesco, ma bisogna far di tutto per dimostrare la propria preparazione, se si è a posto con la coscienza! Dunque, cercate di “mettere più carne al fuoco”; è sempre buona cosa. Quando la domanda non è stata formulata in modo chiaro, accertatevi con l’esaminatore se la si è compresa bene. Talvolta, domande più strane sono poste dall’esaminatore per accertare, da altre prospettive, il grado di preparazione dello studente: ad esempio, se è in grado di fare collegamenti fra parti diverse di uno stesso programma.
Con molta capacità di auto-controllo, evitate di cadere in alcune trappole, ad esempio con risposte stizzite a qualche provocazione del docente. Il silenzio talvolta è d’oro. Un sorriso, anche educatamente accennato, è sempre più “fashion” di un volto teso e corrucciato, specie quando si ha vent’anni.
Il colloquio orale è un incontro “face to face” con l’esaminatore. E’ normale, pertanto, che generi molta tensione pre-esame. Per attenuare lo stress al momento della prova, “stressatevi” di più prima e simulate parecchie volte l’andamento di un esame con un collega più bravo che potrebbe vestire i panni dell’esaminatore molto esigente. Se il bravo “se la tira” e non vi dà conto, annotatene il nome in un’agenda (nella vita, tutto torna prima o poi) e provate a fare il gioco con qualche altro compagno di sventure.
Rimane inteso, infine, che se si presentano difficoltà di memorizzazione, dovete intensificare la lettura dei libri, anche due, tre, quattro volte in più di quanto si è fatto prima. Appunti altrui (spesso indecifrabili), riassunti già sintetizzati da slides sintetiche e prontuari “ziopippici” non servono, perché prima o poi i nodi verranno al pettine. Meglio far conto sulle proprie forze.
Un’ultima cosa: non indossate i peggiori vestiti che avete nell’armadio. L’esame non è certo una cerimonia nuziale, ma non è nemmeno assimilabile allo “sbarattare” un garage o un ripostiglio nè ad una festa ai 4Venti. In particolare, in estate queste strane declinazioni dell’abbigliamento, per nulla alla moda, si notano di più e infastidiscono gli esaminatori più anziani, abituati ad altri clichè.
E’ questa l’Università, non da ora ma da sempre. In bocca al lupo!

CARI GENITORI DI FIGLI UNIVERSITARI (post del 4 luglio 2013)

In qualità di coordinatore di un corso di studi universitari, mi rivolgo a Voi nella speranza di un aiuto. Un aiuto ad interrompere un circolo vizioso che sta creando un terribile “muro contro muro”. E non bastano riunioni, lettere “urbi et orbi” e fiumi di parole per risolvere il problema. Occorrono fatti e comportamenti. Mi spiego.
Da una parte ci stanno i docenti universitari, i miei colleghi, molti dei quali (a torto o a ragione, poi lo vedremo in un secondo momento) si lamentano della diffusa impreparazione di molti studenti. E ritengono di essere dalla parte del giusto quando attuano un vasto spettro di comportamenti, a cominciare dalla bocciatura agli esami.
Dall’altro lato ci sono gli studenti, i vostri figli, i vostri cari ragazzi (perchè tali li ritengo pure io) i quali sostengono che i problemi stiano di qua, cioè che i docenti non sappiano svolgere il loro mestiere e, ritenendo (a torto o ragione, poi lo vedremo in un secondo momento) di aver studiato, reclamano un lasciapassare agli esami, snaturando la logica della formazione universitaria.
Ad acuire la distanza tra questi due mondi, ci si mette di mezzo una riforma che, in nome della declamata “spending review”, ha posto in essere nel tempo vari provvedimenti, spesso scimmiottando quelli adottati in altri contesti stranieri (io ho insegnato all’estero e quindi parlo con cognizione di causa) e ha finito per operare insieme alla “spending” anche un “make sense review” che adesso genera non pochi paradossi e mille contraddizioni.
Da qui la mia richiesta di aiuto. Adesso, prima che sia troppo tardi. Adesso, prima di pensare a seri interventi riformatori che non verranno mai, almeno in questo frangente storico. Non disponendo di altri strumenti da parte dello Stato, a me tocca il compito di lavorare fianco a fianco dei miei colleghi – ripeto “fianco a fianco”, non “da sopra a sotto” perché sono soltanto un coordinatore – per aiutarli a ripensare la struttura degli insegnamenti, a rigenerare i metodi della didattica, a spiegare loro come vanno indirizzati e seguiti gli studenti, perché l’utenza è cambiata e, come ho letto ieri sera in un libro, siamo di fronte ad una “text generation” di giovani che oggi (tra sms, social network e libri letti su Internet) apprendono in modi diversi da quelli tradizionali, ma comunque apprendono perché i ragazzi asini non sono.
Allora, che cos’è che non va? Non possiamo permetterci il lusso di ulteriori analisi, dobbiamo procedere subito.
A Voi tocca il compito di rafforzare il Vostro ruolo di educatori, non di protettori. I vostri figli Vi amano, forse non lo sapete, ma io lo trovo scritto spesso nelle loro bacheche su Facebook, dove accanto alle foto che Vi ritraggono felici insieme durante i compleanni, ci sono tanti cuoricini. Voi sicuramente li volete bene, nel senso che “volete il loro bene”. Per il loro bene, Vi chiedo pertanto di vigilare più attentamente sul loro percorso di studi e di non aspettare soltanto la telefonata o il messaggino via sms che vi annunci l’esito dell’esame, scatenando poi tutte le reazioni emotive che, umanamente parlando, sono comprensibili, ma non sempre giustificate.
Da una vita e non da ora, e forse Voi lo ricordate per esperienza diretta, lo studio è questione di metodo e di rigore nell’apprendimento di una disciplina. Oggi, grazie al sistema dei crediti universitari (giusto o sbagliato, poi lo vedremo a suo tempo), è possibile “misurare” il tempo dedicato allo studio, prima di un esame. Un insegnamento di nove crediti, per esempio, presuppone 225 ore di studio, di cui 165 a livello individuale, le rimanenti ore in aula con una frequenza regolare ed attenta. Siete sicuri che i Vostri figli abbiano imparato a dedicare questo congruo tempo allo studio di ogni disciplina? Avete spiegato loro che i 30,60, 90 minuti di studio individuale (al giorno) devono essere effettivi, senza distrazione alcuna di computer, facebook e telefonini? Potete spiegare loro che, nella progressione della carriera, il termine di confronto deve essere sempre il collega più bravo che, grazie a questo metodo, supera gli esami e non invece il collega più furbo che, senza dedicare nemmeno un’ora allo studio ed approfittando delle falle di un sistema ancora non funzionante a regime, magari prende un voto di sufficienza ed ottiene l’agognato lasciapassare? Potete aiutarli a vincere la paura dei docenti e dire loro che, quando hanno bisogno di aiuto, devono rivolgersi innanzitutto agli insegnanti durante il ricevimento per le necessarie spiegazioni? Potete dire loro, da parte mia che sono più vecchio, che hanno sacrosanta ragione nel lamentarsi di un’Italia che non va e che non ha ancora compreso nei suoi governanti (quelli che noi eleggiamo) che la questione giovanile va affrontata in altro modo, ma nel frattempo devono studiare bene e laurearsi, come fanno i loro coetanei in altri Paesi, altrimenti non andranno da nessuna parte. Da nessuna parte, nemmeno all’estero dove fra poco come Italiani saremo apprezzati solo per i risultati della nazionale di Prandelli e per il resto nemmeno ci prenderanno in considerazione?
Vi prometto che, se Voi mi aiuterete facendo meglio il Vostro ruolo di educatori, io mi impegnerò ancora di più a lavorare non solo “fianco a fianco”, ma anche “braccio a braccio” dei miei colleghi. Più di questo non posso e non riesco a fare.
Il tempo dei Supereroi che risolvono tutto per tutti, mentre gli altri stanno a guardare la tv, è finito da un pezzo, da quando andava in onda Supergulp su RAI2 (ve la ricordate la trasmissione dei “fumetti in tv”?). Dobbiamo sbracciarci tutti adesso. Ora prima che sia troppo tardi.
Vi ringrazio per l’attenzione e Vi auguro una buona giornata.

GIUSTO PER CAPIRE SE STIAMO PARLANDO LA STESSA LINGUA (post del 2 luglio 2013)

Ad una prova scritta universitaria, indipendentemente dal fatto che il test sia strutturato con PIU’ quesiti a risposta aperta, a risposta multipla, esercizi o tracce di temi, è inconcepibile che lo studente presenti il foglio in BIANCO e si ritiri.
Se ha deciso di presentarsi all’esame e gli esiti sono quelli appena menzionati (NEMMENO UNA RISPOSTA oppure mezze frasi appena accennate) senza alcuna ombra di dubbio lo studente non è sufficientemente preparato, ha solo tentato la fortuna e, col proprio comportamento, finisce per rendere difficile il lavoro dei docenti, generando esternalità – o esternità, come le chiama qualcuno – negative agli altri colleghi (specie i più preparati), al clima dell’aula durante la prova e agli stessi docenti, i quali si trovano ad operare in condizioni di utenza variabile e non prevedibile.
Non si tratta, dunque, di sfortuna, di eccessivo rigore dei docenti, di numero insufficiente di appelli previsti nella sessione, oppure di atteggiamento poco collaborativo degli esaminatori.
Si tratta di IMPREPARAZIONE, della quale lo studente, in modalità di autovalutazione, deve prender coscienza autonomamente.
Se da solo non è in condizioni di comprendere se è preparato, è invitato a consultare i docenti durante l’orario di ricevimento, a confrontarsi con i colleghi più bravi oppure – ove studente di Economia Aziendale – a fare ricorso al laboratorio di assistenza didattica, appena avviato sotto la responsabilità della Prof.ssa Benzo (vbenzo@unict.it), in modo da ricevere adeguato ausilio specialistico durante il percorso di studio individuale. Al prossimo post parleremo della prova orale.

BON TON (post del 1 luglio 2013) 

Pur comprendendo che l’esame (orale) è un vero supplizio per lo studente, è regola di buona educazione salutare (buongiorno, buonasera) l’esaminatore all’inizio e alla fine del colloquio, indipendentemente dall’esito dell’esame. Così come è prassi di “bon ton” che, in apertura della seduta d’esame, il Presidente della Commissione rivolga un indirizzo di saluto agli studenti che attendono di essere esaminati.
Giusto per ricordarlo….

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